Personaggi Illustri

Antonio Stoppani

Antonio Stoppani

Passo di qui nel 1875 Antonio Stoppani geologo e paleontologo lecchese, appassionato alpinista, divenne primo presidente del club alpino italiano. Antonio Stoppani è considerato il padre della geologia italiana, sia per la rilevanza dei suoi studi che per l'impegno profuso nella didattica e divulgazione scientifica.

Quest'ultimo aspetto è ben evidenziato nella sua più famosa opera: Il Bel Paese (1876), che racchiude, conversazioni sulle bellezze naturali la geologia e la geografia fisica d' Italia. Si tratta di un libro in cui l'autore presenta, nozioni di scienze naturali, con termini accessibili al lettore medio del tempo e con un occhio particolare verso la geologia e le bellezze naturalistiche delle diverse regioni italiane.

Nella sua opera, sottolinea che il “monte di Pofi” è uno dei principali vulcani estinti della Valle del Sacco,posto sulla linea di depressione e di frattura "che dai confini della Toscana...si spinge fino al Volture verso Merfi nella Basilicata e nel Golfo di Napoli". Inoltre mette in risalto il fascinoso panorama, che ci offe la veduta di una quarantina di paesi da Palestrina a Monte Cassino.





Beato Antonio Baldinucci

Nasce a Firenze il 19 giugno 1665 – Muore a Pofi il 7 novembre 1717 Vogliamo ricordare il Beato Antonio Baldinucci non perché cittadino nativo di Pofi ma perché è a Pofi che ha vissuto i suoi ultimi giorni di vita e perché tanto caro ai cittadini di Pofi. Il suo destino spirituale si delineò già nei suoi primi giorni di vita quando, cullato dalla sua balia affinché smettesse di piangere, cadde; accortosi che il piccolo non respirava più, il padre invocò il Santo di Padova e subito il piccolo Antonio riprese a respirare.
Antonio giunge a Pofi il 16 ottobre del 1717 per quella che sarà l’ultima delle sue innumerevoli missioni. Al suo ingresso in Pofi venne accolto da oltre quattromila fedeli, tra cui anche una donna “posseduta dal demonio” che gli urlò “cacciate dalla Chiesa quella Vergine, cacciate quel predicatore”. Nello stesso giorno la donna fu miracolata e aiutò il missionario esanime per la malattia, fin dentro la chiesa.
Il Beato Antonio prosegue incessantemente, di giorno e per alcune ore della notte, con le sue predicazioni e confessioni per il territorio di Pofi, senza curarsi della malattia che si fa sempre più grave e che il 7 novembre lo porterà alla morte.
Padre Mossi, giunto da Frascati per continuare le missioni, descrive così il dolore per la grave perdita: “Divulgata per la terra di Pofi la morte del servo di Dio, non è esprimibile il sentimento e il dolore gravissimo che ne mostrò il divoto popolo, il quale nel vedermi quella mattina (dopo le dieci antimeridiane) andare alla chiesa a celebrare la Santa Messa, mi diè segni evidenti della singolare venerazione e dell’amore verso il servo di Dio, affollandosi verso di me in atto di compatirmi, il che facevano colle lacrime agli occhi e col percuotersi il petto, tanto che non seppi io stesso contenermi dal piangere di tenerezza”.
Al Beato Antonio sono attribuiti alcuni miracoli compiuti nel periodo della sua permanenza a Pofi (richiamati anche durante il processo di beatificazione). Durante la prima occupazione francese (1798-1809), il corpo del Beato venne rimosso dalla chiesa di S. Pietro dove era stato seppellito nella cappella della famiglia De Carolis e collocato in altro luogo per timore che venisse profanato o rapito. La Reliquia più insigne che si abbia è quella del cuore che, estinta la famiglia De Carolis, con tutte le prove autentiche fu consegnata ai Padri Gesuiti. Dopo il trafugamento, rimasero alcuni frammenti di ossa del Baldinucci e probabilmente a questi frammenti si riferisce l’iscrizione, tuttora esistente sul pavimento della navata centrale della chiesa di S.Pietro: IN QUESTA TOMBA RIPOSANO SINO AL MDCCCXCIII LE RELIQUIE DEL B. ANTONIO BALDINUCCI D.C.D.G., NATO A FIRENZE E MORTO IN POFI.
Il processo di Beatificazione inizio nel 1723 e terminò, con la proclamazione di Beato nel 1893. In suo onore, al pianterreno del palazzo De Carolis, ove dimorò e morì il Beato, venne realizzata dalla nobile famiglia pofana, nel 1949, una cappella.





Girolamo Moscardini

Naque a Roma il 14 Aprile 1905, da Lorenzo e da Enrichetta Sartori, ambedue di Pofi, appartenenti ad una delle famiglie più agiate del paese dopo i Colonna. La sua famiglia si trasferisce a Roma, quando lui ancora non nasceva, ma nonostante ciò, il paese natio non era stato dimenticato, anzi, molto spesso e specialmente nei periodi estivi, la famiglia Moscardini tornava volentieri a Pofi.
Girolamo Moscardini frequentò le scuole di istruzione primaria del rione portico d’Ottavio di Roma, egli già nei primi anni di scuola dimostrava grande intelligenza e vivacità, tanto che, si disse di lui, più tardi che “ era nato con le ali”, il tempo e le sue gesta furono infatti testimoni di tale affermazione. E’ tra i primi della classe, anche negli anni del liceo Scientifico “Leonardo da Vinci”.
Terminati gli studi superiori, freguenta la facoltà di ingegneria presso l’Università di S. Pietro in Vincoli. Girolamo, medita a lungo sul suo futuro, e , la conquista del cielo era la sua passione, e la scelta vincente. Abbandonò, così, subito gli studi universitari ed entrò a far parte della gloriosa arma aereonatica.
L’anno seguente, fu ammesso a frequentare il Corso Aquila primo dell’accademia Aereonatica Militare, anche qui, infatti, si distinse per le sue brillanti doti di Ufficiale e pilota, tanto che svolse intense attività di istruttore di volo, ed ottenne il grado di capitano pilota e fece parte della gloriosa scuola di navigazione aerea d’alto mare di Orbetello. La sua carriera, volge rapida e brillante, infatti, nel 1924 fu ammesso come allievo nella Regio Accademia Aereonatica; nel 1925 viene nominato osservatore dall’aereoplano; nel 1926 riceve i gradi di sottotenente e viene trasferito allo Stormo Scuole Militari d’Aviazione; nel 1927 è promosso tenente e nell’agosto dello stesso anno raggiunge la Scuola di pilotaggio della Regio Accademia di Capua.
Numerosi i traguardi raggiunti negl’anni, tanto che fu prescelto per partecipare al Giro aereo d’Europa, come uno dei migliori piloti esistenti sul territorio nazionale ed europeo. Purtroppo il destino con lui fu crudele, mentre si preparava all’impegnativa gara, con tutto l’entusiasmo della sua giovinezza, per portare sempre in alto i colori della patria, cadde con il suo aereo Breda 33, nel cielo di Castellana a Varese, durante un volo di esercitazione .
Era il 3 Agosto del ’32, il Capitano Girolamo Moscardini aveva ventisette anni. All’eroe furono conferite solenni onoranze funebri, ed alcuni giorni dopo la sua salma fu trasferita da Castellanza a Roma ove fu sepolta nel cimitero del Verano.





Italo Biddittu

Nasce a Livorno il 28 luglio 1937 da padre sardo e madre toscana. Trascorre la sua infanzia e inizia gli studi in Toscana diplomandosi però nella città di Ancona. Nel 1958 si trasferisce a Frosinone dove insegna presso le scuole elementari e, nel frattempo, anche come collaboratore di alcuni quotidiani. Nonostante gli impegni lavorativi riesce a coltivare anche la passione per l’archeologia che, nel 1959, lo porta a diventare collaboratore dell’Istituto Italiano di Paleontologia umana.
La passione per l’archeologia nasce già da adolescente, quando frequenta il IV ginnasio di Finale Ligure, in seguito alle visite al museo di Finalmarina dove erano esposti alcuni reperti archeologici rinvenuti nella “Grotta delle Arene Candide”, importante archivio della preistoria ligure, scavata e studiata da Luigi Cardini e Luigi Bernabò Brea. Affascinante fu il contatto che ebbe, in seguito, con il lavoro dell’archeologa Delia Lollini, ad Ancona nel 1952, durante lo scavo del villaggio protovillanoviano e piceno. Frequenta gli scavi per qualche tempo e sente ancor più forte il desiderio di approfondire le conoscenze sulla preistoria.
Nel 1957 si diploma all’istituto magistrale Ferrucci di Ancona e si trasferisce con la famiglia a Frosinone dove inizia a lavorare come collaboratore nelle redazioni di quotidiani. Nel 1958 il suo forte interessamento per le materie archeologiche lo porta a contatto con i ritrovamenti preistorici di Pofi e ad instaurare un rapporto d’amicizia e collaborazione con Pietro Fedele. Da quel momento inizia a collaborare più fattivamente con l’Istituto Italiano di Paleontologia Umana in cui operavano oltre lo stesso archeologo che aveva curato l’esposizione dei materiali nel museo di Finalmarina, Luigi Cardini, anche Alberto Carlo Blanc.
Nel 1962 fu distaccato all’Istituto, iniziando cosi ad operare nei laboratori con il prof. Luigi Cardini e Piero Cassoli allo studio e sistemazione di materiali osteologici e litici e partecipare alle campagne di scavo in giacimenti preistorici italiani.
Numerose le attività di ricerca nel campo dell’archeologia preistorica, iniziate già nel 1957, nel Lazio meridionale. Le prime esplorazioni sono state nel comune di Frosinone (prima dell’acquisto di una 500 di seconda mano…) con la segnalazione dell’abitato volsco e pre-volsco nell’area di “Frainale”, riportato alla luce in seguito agli scavi per la realizzazione dell’attuale Caserma dei carabinieri e del nuovo ospedale; poi vennero le ricerche alle “Fontanelle” e in seguito alla contrada “Canale” di Alatri.
Malgrado l’interesse per la ricerca delle prime testimonianze volsche ed erniche, la spinta più importante è quella che lo porta alla ricerca delle più antiche tracce umane del Paleolitico inferiore. Attraverso numerosi e mirati sopralluoghi sia in terreni di superficie, in grotte e soprattutto nelle aree interessate da sbancamenti e scavi, scopre numerosi importanti siti del Paleolitico inferiore (Pontecorvo, Arce e Fontana Liri, Castro dei Volsci, Colle Avarone, Anagni-Fontana Ranuccio, Colle Marino, Isoletta, Lademagne), del Paleolitico medio (Sora-Valleradice e Canterno, Frosinone-Selva dei Muli), e del Paleolitico superiore (Pontecorvo-Case Popolari, Grotte di Trevi nel Lazio, Grotta del Peschio Ranaro a Collepardo).
Nel 1994 ai confini fra Pofi e Ceprano, nella località “Campogrande”, area esplorata da Biddittu per più di venticinque anni, avviene una eclatante scoperta: il professore da tempo ricercava in quel territorio qualcosa di più di un frammento di pietra, di un osso o fossili di grandi mammiferi estinti, e cosi, durante i lavori di sbancamento per la costruzione di una nuova strada, ecco che affiorano dal terreno rari manufatti litici; fondamentale fu il successivo ritrovamento, nella primavera del ’94, dei resti fossili frammentari del cranio dell’”Uomo di Ceprano” che è la testimonianza di uno dei più antichi resti di ominide in Italia e in Europa.
Questo ritrovamento, avvenuto grazie allo studio, alla perseveranza e all’intuizione di Italo Biddittu, porta alla ribalta internazionale il nostro territorio, come fu per il ritrovamento dell’”Uomo di Pofi” di Pietro Fedele.
La scoperta dell’”Uomo di Ceprano” è stata motivo di studio per molti ricercatori, oltre naturalmente Biddittu. Ricordiamo Segre, Manzi, Ascenzi, Mallegni, Cassoli e tanti altri. Le doti intellettuali, del prof. Biddittu vengono apprezzate anche all’estero, nel 2000 infatti contribuisce all’allestimento della mostra “Les primiers habitants de l’Europe” tenuta a Tauvel in Francia, ma ancor prima partecipa al “Congrès National des Sociètès savantes” a Parigi nell’Aprile 1989, con la presentazione di lavori in collaborazione con il geologo Aldo Segre, con cui Biddittu ha condiviso per molti anni lo studio dei giacimenti paleolitici italiani.
Nel 1995 è stato invitato dall’università George Washinton a far parte di un gruppo di studio e di insegnamento di discipline connesse all’origine dell’uomo. Nel 1998 su invito del prof. De Lumley, nell’ambito di un progetto di studio delle più antiche frequentazioni umane dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, visita il centro europeo di ricerche preistoriche di Tautavel in Francia. Nel 1999 riceve dall’amministrazione provinciale la medaglia d’oro per le attività di ricerca e per i risultati ottenuti.
Nel 2001 è inaugurata a Pofi la nuova sede del Museo Preistorico e Biddittu, direttore dal 1996, cura l’allestimento scientifico e l’esposizione dei vari reperti archeologici distribuiti cronologicamente in otto aree espositive e in 40 espositori. In seguito realizza la guida al museo che inaugura una collana di pubblicazioni “I Quaderni di Argil”. Nell’Ottobre 2005 riceve la laurea Honoris causa in Lettere dall’Università di Studi di Cassino dove attualmente insegna paleontologia e paleoecologia.
L’importanza dei giacimenti del Paleolitico inferiore e la scoperta della calotta cranica di Ceprano sono state le premesse per l’avvio di una solida collaborazione con istituti esteri francesi e spagnoli, sia per lo studio comparativo tra manufatti litici Italiani, sia per quelli dei più antichi giacimenti europei e del Caucaso. Equipe di francesi dirette dal prof. Henry de Lumley, hanno lavorato presso il museo di Pofi, in occasioni diverse, dal 1999; tra le varie attività svolte ricordiamo lo studio dei manufatti del Paleolitico inferiore del Lazio meridionale e la campionatura dei depositi di Isoletta che consentiranno di avere, a studi effettuati, una più importante e completa documentazione sull’evoluzione degli ambienti nel Pleistocene medio e superiore di tutta l’area. Biddittu e il Museo di Pofi hanno infatti collaborato con la Soprintendenza ai Beni Archeologici del Lazio anche agli scavi di Isoletta dove lavori per la realizzazione di gallerie della TAV hanno portato alla luce una sezione stratigrafica alta più di 25 metri, mettendo in luce due livelli archeologici del paleolitico inferiore, resti di faune fossili e molluschi, materiali che occupano una importante sezione nel Museo di Pofi.
Tra i lavori ancora in corso possiamo menzionare, Campogrande e Castro dei Volsci in cui sono in atto importanti scavi dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana di cui Biddittu è attualmente il presidente. Per i periodi più recenti della protostoria ricordiamo la partecipazione, in collaborazione con l’Università di Perugia, agli scavi di Isola Liri e le Grotte di Pastena, siti da lui segnalati. Ha inoltre condotto importanti scavi e ricerche in Calabria, Umbria e Sicilia, portando alla luce testimonianze del paleolitico, mesolitico, neolitico, età del rame e del bronzo.




Mons. Luca Domenico Capozi

Nacque a Pofi il 9 Marzo 1899, figlio di Giovanni Battista e di Caterina Mattarelli, i quali gli trasmisero sani e saldi principi religiosi e morali. Certamente di buon esempio fu lo zio paterno padre Agostino Capozi religioso colasanziano di singolare intelligenza e virtù.
Trascorse la sua infanzia a Pofi, assiduo frequentatore del convento di S.Pietro, ammirava le opere religiose francescane, appena dodicenne senti il forte richiamo della fede in Cristo e così partì per il collegio di S.Antonio al Monte a Rieti per compiervi gli studi ginnasiali.
Nell’Agosto del 1915 con gioia e devozione vestì l’abito dell’ordine francescano, assumendo il nome di fra’ Luca e dopo il noviziato prese, nell’anno seguente, i voti temporanei e proseguì gli studi di filosofia.
Purtroppo la lunga e sanguinosa prima guerra mondiale lo costrinse ad interrompere gli studi e l’itinerario formativo ed a partire per il fronte. Fu proprio l’episodio di guerra a far maturare la fede e la voglia di portare pace e parola di Cristo ovunque ce ne fosse stato bisogno quindi, appena rientrato dal fronte chiese ai sui superiori il permesso di recarsi missionario in Terra Santa oppure in qualsiasi altro luogo di missione.
Indipendentemente dal voto, fin dall’inizio della vita religiosa, era intimamente convinto che l’annuncio della parola di Dio a tutti gli uomini fosse la missione prioritaria della Chiesa.
Proprio in quel periodo la Santa Sede si mostrava decisamente propensa ad affidare alla provincia romana dei frati minori la cura pastorale del vicariato di Taiyuan in Cina, nella regione dello Shashi, frà Luca fù per tanto invitato dai superiori a rinunciare alla tanto desiderata attività missionaria in Terra Santa per recarsi invece in Cina nel vicariato apostolico di Taiyuan, l’invito fu accettato senz’alcuna esitazione.
La solida preparazione culturale e teologica facevano trapelare già l’ottimo missionario, che avrebbe lasciato un’impronta ed un ricordo indelebili nel vicariato di Taiyuan. Esegui infatti un ottimo lavoro, progressivamente aumentò la conversione al cristianesimo nella piccola cittadina di Taiyuan sino a diffondersi nell’intera Cina. Purtroppo nel 1948 le truppe comuniste avanzavano minacciose verso la città di Taiyuan, nell’anno seguente presero la cittadina cinese.
Dal quel momento fu dura la vita del buon fra Capozi, e tanto duro fu soprattutto lavorare nella propagazione della parola di Dio, in quanto, il nuovo regime di Mao-tze-tung, eseguì ufficiosamente una vera e propria persecuzione per i missionari cristiani. Nell’aprile del 1950 fu preso prigioniero dai militari di Mao, dopo lunghi periodi di prigionia e brutali torture, schivata la pena di morte e fu espulso dalla Cina.
Tornato in Italia riabbracciò i suoi cari ed i frati missionari scampati anch’essi alla ferocia di Mao, fu ricevuto con altri missionari da Papa Paolo VI al quale rinnovò la gran voglia di continuare la sua missione.
Infatti, qualche anno più tardi, nonostante l’esperienza in Cina, la persecuzione, il carcere, gli stressanti interrogatori, la condanna a morte, l’espulsione, volle tornare sul cammino della missione, partì per la Terra Santa ove trascorse gl’ultimi anni della sua vita.
Nel 1991 le condizioni fisiche del Monsignore Capozi si facevano sempre più precarie, nel Dicembre dello stesso anno morì in Gerusalemme e in Nazaret fu sepolto nella gloria del padre. Aveva 92 anni di età, 69 di professione, 65 di sacerdozio, 51 di episcopato. MONS.LUCA CAPOZI può veramente considerarsi un fedele devoto fratello di S.Francesco del quale si è sforzato di imitare l’entusiasmo e l’amore per il prossimo.




Padre Silvestro De Nardis

Nato a Pofi il 3 Luglio 1909, vestì l’abito francescano nel 1924, emettendo la professione solenne nel 1931, anno in cui partì missionario per la Cina ove, completati gli studi nel seminario di Taiyuan, fu ordinato sacerdote il 3 febbraio 1935. Conoscendo già bene la lingua cinese fu nominato parroco in Hoshang- tzuei e quindi vice-rettore e professore nel seminario regionale. Dotato di versatile ed acuta intelligenza, di ferrea memoria, di non comune spirito di sacrificio, fu molto stimato dai seminaristi anche per i suoi scritti. Successivamente fu guardiano del convento del Sacro Cuore, maestro dei chierici ed infine prima vicario delegato e poi vicario generale. Morì il 21 gennaio 1948 per una non identificata malattia nell’ospedale della missione. La comunità di Pofi nel 1993 ha intitolato in sua memoria una strada.






Padre Bonaventura Ciavaglia

Nacque a Pofi il 7 Luglio 1893, fu battezzato con nome di Cecco nella chiesa francescana di S.Pietro. Iniziò gli studi, vestì l’abito francescano nel Dicembre del 1910, assumendo il nome di frà Bonaventura, proseguì gli studi in teologia e qualche anno più tardi partì missionario per la Cina, animato dal desiderio di non risparmiarsi in nulla per la conversione delle anime. Dimostrò uno spirito di adattamento e di sacrificio sorprendenti, sforzandosi di comprendere a pieno l’indole dei cinesi e di calarsi con la massima naturalezza nella loro realtà e nel loro quotidiano modo di vivere.

Questo suo animato desiderio lo condusse, a soli 45 anni, a divenire martire per la fede infatti, durante la guerra cino-giapponese, i superiori furono costretti ad obbligarlo a non uscire, ma la sua azione evangelizzatrice e caritativa lo condusse, il 2 Maggio del 1938, fuori dalla sua dimora e al fatale incontro con i guerriglieri cinesi che lo ferirono a morte.




Pietro Fedele

Nasce a Pofi il 28/03/1909 da un’umile famiglia pofana, frequenta le scuole primarie del nostro paese e, divenuto maggiorenne, parte per svolgere il servizio militare. Da qui inizia la sua carriera, da sottoufficiale ad ufficiale della guardia di finanza, in poco tempo diviene funzionario delle Dogane e, nel 1956, sindaco di Pofi.
Uomo di elevato spessore culturale, amava la musica tanto da portarlo, sin da giovanissimo, a suonare in alcune bande musicali esibendosi nelle feste di paese, passione coltivata anche durante la carriera militare con l’entrata nel complesso bandistico della Guardia di Finanza.
Tra un trasferimento e l’altro riuscì a diplomarsi, studiando con impegno e costanza, presso l’Istituto Tecnico di Venezia; nel 1942 si laureò nonostante gli impegni di famiglia e la guerra alle porte, ottenne il diploma di Magistero di economia e diritto presso l’Università “Cà Foscari” di Venezia.
Durante la guerra Fedele viene trasferito per impegni militari in Slovenia, fra mille peripezie riesce a rientrare in Italia dove nel 45 combatte per la liberazione. Finita la guerra si congeda dall’incarico di Tenenza a Sondrio. Riprende il lavoro in dogana e contemporaneamente prova l’esperienza dell’insegnamento, gli viene assegnata una cattedra presso l’Istituto Tecnico di Treviglio. Svolge il lavoro con grande soddisfazione ed impegno ma, nel 1950, dovette scegliere fra l’impegno scolastico e quello del servizio in dogana. Abbandonata la cattedra d’insegnante viene trasferito a Milano per svolgere la funzione doganale e l’anno seguente viene di nuovo trasferito ma questa volta a Roma, vicino l’amata città natale e decide di stabilirsi definitivamente a Pofi.
Venne accolto subito dai concittadini che, notando le sue doti diplomatiche, lo propongono come sindaco. Nel 1956 diviene sindaco del nostro paese. Mantiene le promesse fatte ed incomincia a lavorare per mettere in risalto il nostro territorio; cominciò così con l’edificare strade per agevolare la comunicazione fra paese e campagna e paesi limitrofi.
Fu proprio durante il lavoro di sistemazione della strada in località Principe che avvenne qualcosa di straordinario che contribuì alla crescita del valore del nostro paese. Nel giugno del 1956 un operaio, durante i lavori di sbancamento, nota nel terreno frammenti d’ossa, insospettito si rivolge al sindaco che, pur non avendo conoscenze di paleontologia e archeologia, cominciò ad interessarsi a questi ritrovamenti, arrivando alla conclusione che si trattava di resti di animali vissuti durante la preistoria. Data la gran quantità di reperti ritrovati, il sindaco Fedele cercò subito contatti con il Ministro della Pubblica Istruzione che, in seguito alla sua segnalazione, mandò un sopraintendente alle antichità di Roma , Ciro Drago, e il professore dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana, Luigi Cardini, esperto nel riconoscimento dei fossili. Durante il sopralluogo il Prof. Cardini si dimostrò molto interessato alla possibilità che nei terreni in cui erano state rinvenute le ossa ci fossero anche manufatti in pietra dell’uomo preistorico.
Fedele, avuta la conferma dell’importanza della scoperta, dopo aver rinvenuto i primi manufatti litici coinvolse i contadini e gli alunni delle scuole nella raccolta o segnalazione di qualsiasi materiale “strano” trovassero nei terreni. In cambio si impegnava a premiare i cittadini interessati con piccoli premi in denaro, sistema che si rivelò importante per la raccolta di manufatti e resti preistorici.
Il sindaco Fedele capì l’importanza e il valore di queste ”pietruzze” che spostavano indietro nel tempo la frequentazione umana del territorio di Pofi di parecchi millenni. Convinto che quelle pietre erano opera dell’uomo si convinse sempre più che: “ …Questa creatura preistorica da qualche parte deve pur essere!” Fu nel Novembre del 1959 che, a casa di Fedele, esaminando altri frammenti ossei consegnati da Giovanni Pompi,cittadino pofano proprietario di una cava di pozzolana, i professori Cardini e Blanc riscontrarono che fra i resti di rinoceronte, orso, bue primigenio, cervo..era presente anche un’ulna destra umana. La scoperta provocò gioia e stupore tra i presenti. Il sindaco Fedele volle immediatamente istituire un museo per l’esposizione e conservazione di questa grande scoperta.
Due anni dopo, nel 1961, sempre nella Cava Pompi, da cui provenivano i famosi reperti, durante uno scavo condotto dall’Istituto Italiano di Paleontologia Umana, venne alla luce una tibia umana, probabilmente appartenente allo stesso individuo, forse di sesso femminile, risalente a 300.000/400.000 anni fa. Ancora oggi i calchi dei frammenti fossili sono esposti nella nuova struttura del Museo preistorico di Pofi.
Nel 1962 fu allestita a Roma una mostra sulla preistoria italiana in cui vennero esposti anche materiali di Pofi, divenuta poi parte del Museo preistorico Pigorini. Pietro Fedele termina la sua attività di sindaco nel 1965; nel giugno del 1960 gli viene conferità l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel marzo 1973 ottiene il pensionamento come Vice Direttore di 2°classe delle dogane. Nel 74 gli fu assegnata altra importante onorificenza, Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana. Gli ultimi anni di vita li trascorre dedicando il suo tempo alla passione per le piante officinali, la lettura e la scrittura di poesie, diari e ricordi sulle sue esperienze; ultimo scritto che ci lascia è “La ricerca delle origini del mondo e dell’uomo nella religione e nella scienza”che non riuscì a terminare.
Muore il 12 Agosto 1994, nella sua abitazione di Roma.
Il 28 dicembre 2007, durante una suggestiva cerimonia pubblica, alla presenza di numerose autorità, il Museo Preistorico di Pofi è stato a lui intitolato.




Roberto Scurpa

Nasce a Pofi il 7 Marzo 1901. Per quarant’anni insegno nelle scuole elementari di Pofi. La sua vasta preparazione culturale e l’immensa disponibilità verso il prossimo, gli consentirono di diventare punto di riferimento per colleghi e alunni.

Fu stimato e rispettato da tutti, tanto che, al raggiungimento della pensione per il massimo servizio, le istituzioni locali ed altre figure dello stato, sentirono il dovere di attribuire al maestro il giusto riconoscimento.

Il 10 novembre 1966, il presidente della repubblica Giuseppe Sargat, deliberò: “...all’Ins. Scurpa Roberto è conferito il diploma di benemerenza di prima classe, con facoltà di fregiarsi della medaglia d’oro per aver compiuto quarant’anni di buon servizio nelle pubbliche scuole elementari”. Qualche anno più tardi, anche il Comune di Pofi, gli conferì, nell’Agosto ’82, un’ attestato di benemerito “...per il proficuo e lodevole lavoro svolto nell’interesse della comunità di Pofi”.

Nel Maggio 1998, la comunità Pofana volle intitolargli la scuola elementare. Muore a Frosinone il 28 Maggio 1982. Il maestro Scurpa ha saputo farsi amare dalle generazioni che lo hanno conosciuto, e ha lasciato un segno anche per quelle future.




S. Antonino Martire

Antonino nato a Pamiers, in Francia, forse nel V sec. E’ dedicata a lui la Chiesa, situata fuori il centro urbano di Pofi, in zona “la Cupa”. Secondo la tradizione, il Santo, in cammino da Salerno a Roma, avrebbe rinnovato, nella sosta a Pofi, il miracolo di Mosè, narrato dalla Bibbia, facendo scaturire dall’arido terreno, acqua in abbondanza, per dissetare gli abitanti in un lungo periodo di siccità.

Nei primi decenni del xx secolo, per ricordare l’avvenimento, è stata posta sul luogo miracolato una lapide che riporta, in testo latino di un’antica pergamena che si trova, nell’archivio di S.Maria. Nei primi giorni del mese di settembre in ricordo del santo si svolgono i festeggiamenti e la fiera che va dalla piazzetta di “san Rucchittè”fino in zona “la cupa”.

Lo stesso fatto dell’acqua miracolosamente sorta dal terreno si sarebbe ripetuto, per opera del santo, a Monte Porzio Catone, nei pressi di Roma. Secondo alcuni, ragioni di divulgazione della fede avrebbero indotto il Santo a permanere nel piccolo pagus di Pofi, nel quale sarebbe sorta in epoca romanica la chiesa intitolata al Santo. Nella chiesetta troviamo suggestivi affreschi della scuola di Giotto, voluti dai Caetani, signori di Pofi nella prima parte del Medioevo, tra cui quello dietro l’altare che riproduce il momento del miracolo dell’acqua eseguito nel 1936 dall’artista Celeste Donzelli; secondo alcune voci di paese l’artista si sarebbe servito di personaggi del popolo per raffigurare il prodigio.




S. Leonardo da Porto Maurizio

Leonardo da Porto Maurizio, al secolo Paolo Girolamo Casanova (Imperia, 20 dicembre 1676 - 26 novembre 1751), fu un presbitero e religioso italiano dell'Ordine dei Frati Minori, ideatore e propagatore della pratica della Via Crucis: è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Su S. Leonardo curiosamente si sono diffuse dicerie, senza un riscontro reale e storico, contrapposte.

La prima versione diffusa dice che Leonardo, ad un certo punto della sua vita, per vicende che lo misero in discussione ed in lite con alcuni concittadini, decise di abbandonare Porto Maurizio e che prima di imbarcarsi e lasciare il suolo portorino, si scrollasse i sandali così da non portare con sé "...nemmeno la polvere di quel posto...".

La parte avversa a questa tesi asserisce che la diceria sia nata nell'ambiente del vicino borgo di Oneglia (allora oppositore e oggi parte, con Porto Maurizio, della stessa città) e che possa essere contestata. Secondo loro riscontri, Leonardo, guarito dalla tubercolosi, fece voto di non portare più i sandali e lo mantenne fino a quando, molti anni più tardi dalla fuga da Porto Maurizio verso il 1750, il papa Benedetto XIV non lo obbligò di nuovo a calzarli. Un altro possibile riscontro a favore della seconda tesi è quella che ricorda la missione che tenne nel 1743 a Porto Maurizio alla quale si pensa abbiano partecipato più di 5000 persone, tanto che lo stesso Duomo di Porto Maurizio non bastò e si dovette radunare la gente in uno spiazzo poco sotto gli spalti delle mura. Da lì Leonardo predicò ai religiosi preannunciando, su quel luogo, la futura costruzione di una grande basilica, che fu inaugurata verso il 1840 e in cui dal 1996 sono conservate le sue spoglie. Svolse attività missionaria in Lazio e Toscana e sostò nel convento di S. Pietro a Pofi per un ritiro spirituale per pochi anni, ma lasciò in ogni modo un segno nel nostro paese , oltre che per le sue opere di bene, anche per la costruzione presso il piazzale del convento di S. Pietro delle 14 cappellette della Via Crucis. Fu beatificato il 19 marzo 1796, canonizzato il 29 giugno 1867 e dichiarato Patrono dei missionari nei paesi cattolici il 17 marzo 1923; patrono della città d’Imperia. Una statua di san Leonardo è stata eretta nel luogo in cui, dalle mura del Parasio a Porto Maurizio, predicò alla folla di fedeli. Di S. Lorenzo esistono a Pofi due ritratti nella Chiesa del convento di S.Pietro.




Umberto Vattani

Nasce a Pofi, il 9 maggio 1898, figlio di Achille e Geltrude Cristofari.

Frequentò il liceo nel collegio Conti Gentili ad Alatri. Ottenne la licenza liceale in due anni e s’iscrisse all’Università degli studi di Roma all’indirizzo di legge. Nell’Aprile del ’17, fu arruolato alle armi e ammesso al Corso per Allievi Ufficiali. Nel Settembre dello stesso anno, dovette abbandonare il corso,presso la caserma di Caserta, perché assegnato al 59° reggimento di fanteria. Pochi giorni dopo il suo arrivo in linea di combattimento, la situazione si complica, ed incomincia, cosi, il ripiegamento di tutto il fronte è con coraggio e gran determinazione difese la ritirata del suo reggimento durante la grave sconfitta di Caporetto. Qualche mese più tardi, i soldati sopravvissuti giungono a Monferrato, Umberto indebolito per la battaglia e preoccupato per il futuro dell’Italia, nei brevi momenti di tregua volge il suo pensiero alla famiglia lontana.

Ed è proprio il 21 novembre, alla vigilia della sua morte, che scrive al padre: “In ballo sono le sorti d’Italia e dell’intesa quindi nessuna paura, nessun timore deve trattenere l’animo dal compiere in ogni momento il proprio dovere al costo del più gran sacrificio che è quello della vita”.

Purtroppo il giorno seguente, 22 novembre 1917, cadde nel combattimento di Monfenera. Il suo reggimento fu additato alla riconoscenza della nazione, ed egli fu decorato con medaglia d’argento (Bollettino militare 1°aprile 1919) con la seguente dichiarazione: “Vattani Umberto, aspirante ufficiale del 59°reggiomento fanteria da Pofi. Si mantenne col proprio plotone sulle posizioni assegnategli, e nonostante le indigenti perdite, con mirabile esempio di ardimento e sprezzo del pericolo resistette ostinatamente ai furiosi attacchi nemici ed incitò all’estrema resistenza i pochi superstiti. Cadde colpito a morte in una lotta corpo a corpo”.

Le spoglie mortali del valoroso guerriero riposarono nel Cimitero civile di Cervaso (Asolo), località vicina a Monfenera, fino al Giugno del 1924, quando per volontà del fratello, Dott. Mario Vattani, Vice Console d’Italia, volle recapitarlo nel paese natale, Pofi, nella tomba di famiglia.




Don Silvio Bergonzi

Don Silvio Bergonzi, importante figura storica del nostro paese. Nativo di Torrice fu missionario di fede e pace a Pofi durante il periodo nazifascista. “L’Abbaticchio”, così veniva soprannominato Don Silvio per la sua figura esile, fu di vitale importanza nel periodo delle retate nazifasciste ed i bombardamenti nemici, punto di riferimento per le notizie, fornite solo a persone fidate, sull’evoluzione della guerra e dei fatti che allora avvenivano sui fronti.

Inoltre l’ingegnoso abbaticchio aveva costruito una piccola radio ed era in grado di apprendere quotidianamente ciò che ad altri compaesani era sconosciuto. Secondo i racconti dei nostri nonni, vissuti in quel periodo, Don Silvio dal terrazzo di casa Martella, dove risiedeva, faceva segnalazioni agli aerei perché non bombardassero Pofi. Il nostro paese infatti fu risparmiato dai bersagliamenti e, durante le retate delle ss, il prete si recava nella vecchia chiesa di S.Rocco e con il suono delle campane dava segnale agli abitanti di fuggire nei ricoveri.

Ma un giorno un traditore locale informa il comando tedesco “Feld Gendarmery”, dell’attività svolta dall’abbaticchio, perquisirono la sua abitazione e, purtroppo scoprirono nascosti armi e materiali militari ed avvenne così l’arresto ed il trasferimento nelle carceri di Paliano. Don Silvio fu visto l’ultima volta in quel giorno portato da due soldati nazisti armati.

In seguito, dopo la caduta del fronte di Cassino, i tedeschi si mettono in fuga verso il nord, e non potendo trasportare i prigionieri di Paliano, pensarono di bombardare il carcere con l’intento di uccidere così anche tutti i prigionieri all’interno dello stabile. Pochi furono i fortunati che riuscirono a salvarsi, per il povero Don Bergonzi crudele fu il destino, il 04 Aprile 1944 muore all’età di 44 anni, colpito in piena fronte da una scheggia di granata durante i bombardamenti.




Marcantonio Colonna e la fantastica armata: Ligori, Imola, Frabotta

Nella seconda metà del XVI sec. Alcuni stati cristiani cercarono di coalizzarsi, per affrontare il pericolo Turco, che si espandeva con grande rapidità. Pio v incaricò Marco Antonio Colonna, signore di Pofi,di comandare lo schierimento in battaglia.
E fu così che all’armata navale di Lepanto parteciparano anche uomini della provincia di campagnia e tra questi, combatterono “terrazzani” di Pofi delle famiglie Ligori , Imola, Frabotta. I nostri compaesani, divennero in battaglia, famosi per le loro gesta eroiche, la grande forza di volontà, e alcune fantastiche curiosità...che scopriremo in seguito. Secondo ricerche svolte dal Prof. Verolano Luigi Alonzi in un suo articolo pubblicato nel 1932 su “Il popolo di Roma”, e quanto riportato da mons.Florenzani (dal suo volume, “rilevamenti storici sulla parrocchia di S.Pietro Apostolo in Pofi”) scrive che tra i reggimenti italo- spagnoli di Marcantonio Colonna, non furono pochi i pofani che vi parteciparono, inoltre, che la battaglia navale di Lepanto, conferì loro grande distinzione e gloria. Ma soprattutto secondo ricerche, sempre seguite da Luigi Alonzi, curiosando tra gli archivi della biblioteca di Veroli, viene alla luce un’interessante manoscritto, risalente forse alla data successiva la sconfitta dell’armata Turca (1500 circa), che è l’esatta descrizione di alcuni avvenimenti e inoltre la biografia di un maggiordomo, al seguito di Marcantonio Colonna.
Si tratta dunque di Sebastiano Hymola, cittadino di Pofi, di origini spagnole, benché suo padre Don Juan Melchior fosse nativo di Figueroa (Spagna). Hymola inizia a scrivere così, un “diario di guerra”, dalla partenza per la Turchia sino alla descrizione dei particolari durante la vittoriosa battaglia e il ritorno in patria... In particolar modo parla dei tantissimi Pofani che vi parteciparono, ma in particolar modo di Liverotto Fra botta che, racconta l’Hymola: - “ Liverotto Fra botta di dar contra i Turchi impaziente; elli che anzitempo riviver voleva l’errante cavalleria, vestendo stane fogge et percorrendo le nostre campagnie: per lo che vedutolo in tale acconciamento anche il nostro signore Don Marcantonio ne fece grandi risa et perché veramente valoroso e robusto, lo volle con sé nella grande tenzone...”-
Interessante e curiosa e un particolare incontro ,che l’ Hymola ci descrive sul viaggio di ritorno, nella nave che faceva rientro in patria c’erano anche gli spagnoli e tra questi Michele Cervantes, che partecipò anch’esso alla battaglia, durante il tragitto l’esuberante Liverotto incomincia a parlare della battaglia e delle sue gesta eroiche con il Cervantes, tanto che lo scrittore spagnolo ne trae ispirazione per la creazione dell’opera Don Chisciotte della Mancia. Infatti dal pezzo di descrizione tratta dal manoscritto dell’Hymola, riportata sopra,s’intuisce già la somiglianza tra il letterario Don Chisciotte e il Pofano Liverotto Fra botta, l’uno la “caricatura” dell’altro.
Inoltre conclude Sebastiano Hymola, descrivento il glorioso rientro : - “La gente del Feudo colonnese (Pofi) si coprì di gloria. Imorti furono numerosi:27. Tornammo al Patrio Castello quasi dimezzati e per la più parte feriti; ma il loro stendardo forato dalle archibugiate e tagliato dalle scimitarre nemiche rientrò accolto trionfalmente, più vivo che mai”- Purtroppo , nel tempo il manoscritto del maggiordomo Hymola e andato perduto, dopo l’Alonzi, qualche anno più tardi anche Felice Mario Campoli cerco questi documenti tra l’archivio Verolano con l’aiuto del mons. Antonio Saccocci, ma senz’ alcun successo. Se quanto detto dall’Alonzi, ribadito dal Florenzani, sia possibile provarlo sarebbe per il nostro paese un’enorme soddisfazione, e un pezzo importante dei storia.
In quanto al signore di Pofi,Marcantonio Colonna, rientra trionfante da Lepanto , strinse sempre più forte intesa politica con la chiesa e la Spagna. Continuò a prestare servizio al Papato, continuò curare gli interessi dei suoi feudi e della terra di Pofi. Oltre che grande astuto esperto militare era un’ accorto uomo politico. Per queste sue caratteristiche, nell’Aprile del 1577, fu nominato dal re Filippo II, Vice-re di Sicilia, prese così per molti anni dominio presso il casato reale di Palermo. Nel tempo si ricoprì di onori e gloria, e fu così nominato Principe di Paliano, Cavalier del teson d’oro, Gran contestabile del Regno di Napoli, Capitano generale del papa.
Marcantonio, nel 1584, fu chiamato a Madrid dal re Filippo II , e durante il viaggio morì a Medinaceli a soli 49 anni. Morendo lasciò tre figli: Fabrizio, Ascanio e Federico.Esso fu uno degl’ultimi grandi uomini d’armi della famiglia Colonna.




La Famiglia De Carolis: Livio De Carolis

La famiglia De Carolis è stata una delle più importanti famiglie di Pofi dopo i Colonna e Caetani, seppe raggiungere, dal nulla, in poco tempo ricchezza e prestigio.Tutto ha inizio con Don Livio, che per 40 anni fu abate e parroco della Chiesa di S.Pietro Apostolo, e il fratello Giovanni Antonio. Giovanni Antonio si sposò ed ebbe quattro figli: Vergilia, Giovanni Battista, Giuseppe, Francesco Antonio, tra questi si distinsero, grazie all’istruzione dello zio abate, Giovanni Battista e Giuseppe. Giuseppe, studiò nel seminario vescovile di Veroli, si laureò in Filosofia e teologia presso il collegio romano.
Nel 1699 divenne vescovo di Acquino e Pontecorvo e successivamente Arcivescovo di Thiana in Cappadocia e assistente al soglio pontificio. Dopo una densa attività nella carriera ecclesiastica muore nel 1742. Giovanni Battista, anch’esso seguì gli studi a Veroli sotto la guida dello zio Don Livio, ma ben presto scelse la via del commercio di cereali da Pofi a Roma con l’intenzione di muovere i primi passi verso la ricchezza ed il successo. Si sposa con Cecilia che mette alla luce quattro figli: Giovan Paolo, Pietro, Michele, Livio. Negli anni intanto l’astuzia di Giovan Battista fa crescere la sua attività ottenendo in appalto tutte le provincie di campagna, e Vaticano. Incomincia ad acquistare terreni ed a curare i beni dell’ Abbazia di Casamari.
Innalzò un palazzo, nei pressi del castello baronale, ed al suo interno,al pian terreno, creò una piccola cappella in ricordo del missionario Beato Antonio Baldinucci, che morì li nel 1717. Inoltre per grazia ricevuta volle compiere fra tanta ricchezza opere pie, restaurando chiese e fondando conventi i quali ricordiamo: Chiesa madonna della neve, nella quale aveva ricevuto la grazia per la guarigione del figlioletto malato di sciatica, la costruzione del convento dei frati Agostiniani, il restauro della chiesa di S.Pietro Apostolo a Pofi ,ove fece inoltre inserire un altare con la sottostante tomba di famiglia per lui e i suoi cari, ed affianco alla chiesa stessa la realizzazione di un convento francescano.
Dopo aver vissuto un’intensa vita fatta di successi e ricchezza, si spegne all’età di 43 anni, uomo infaticabile e generoso, che riuscì dal niente a creare un vero e proprio impero dando pregio al casato DE CAROLIS. A lui successero i figli, lasciò loro numerose eredità in terreni e denaro. Pietro seguì le orme dello Zio Vescovo, studiò e si avvio cosi con successo alla carriera ecclesiastica diventando sacerdote, arciprete di S. Maria maggiore a Pofi. Nel 1694 lo zio Giuseppe firmò l’atto di concessione della chiesa e del futuro convento di S. Pietro Apostolo. Ottenne numerosi altri incarichi quali: governatore di Norcia, Terni.
Commissario generale del Piceno, Governatore di Civitavecchia, Viterbo, Perugia. Nel Maggio 1700 rientra nella città nativa per prendere possesso dei beni lasciati dal padre, tra questi anche l’ospizio destinato per poco tempo ai frati francescani nell’attesa che il convento di S. Pietro sia ultimato. Rientrato a Roma viene nominato commendatore di S. Spirito in Sassia e arcivescovo di Tripoli. Carico di onori e meriti, mons. Pietro De Carolis muore a Roma il 15 Dicembre 1744 e fu sepolto nella chiesa di S. Marcello al corso in Roma (di fronte il futuro palazzo di proprietà della famiglia stessa). Giovan Paolo e Michele non fecero parlare molto di loro. Giovan Paolo seguì i lavori della “fabbrica” per la costruzione del convento francescano, Michele si sposa e continua a commerciare cereali. Dei quattro figli, però il più astuto e intraprendente, fu LIVIO DE CAROLIS, che portò avanti con successo la crescita dell’attività del padre. Mentre cura gli affari per il commercio Romano, il padre lo nominò prima della morte super visore dei lavori per il convento a Pofi, e di provvedere alla sistemazione momentanea dei frati nell’ospizio per lavori in corso. Portò a termine quanto detto dal padre e continua la corsa verso il successo. Nel 1711 fece realizzare dall’architetto Alessandro Specchi,nel piazzale di fronte la chiesa della madonna della neve, una grande fontana(la fontana tutt’oggi esistente e stata da poco tempo ristrutturata) ove fece incidere il suo nome.
Le ricchezze di Livio crescevano in maniera gigantesca, tanto da fare concorrenza addirittura ai principi Doria Phomphili. Infatti, nel 1716, sempre dall’ architetto A. Specchi, fece progettare e costruire a Roma, lungo l’attuale Via del Corso,uno sfarzoso palazzo(oggi sede del BANCO DI ROMA), e al suo interno lo fa abbellire da pittori di prestigio del tempo come: TREVISANI, CODAZZI, PROCACCINO. Tanto che fece crepare d’invidia lo stesso vicino di casa Doria Phomphili, e quanti dicevano che Livio De Carolis fosse solo un rozzo contadinotto. Dal 1722 fu abitato da mons.Pietro, gli altri fratelli e lo Zio Don Giuseppe arcivescovo di Acquino e Pontecorvo. Riuscì nel tempo a consolidare la posizione sociale acquistando dagli Altieri il feudo di Prossedi per 38.000 scudi nel 1726. Nel Luglio 1728 da Papa Benedetto XIII ottenne la nomina di dirigente responsabile delle poste dello stato vaticano. Nello stesso anno acquista il marchesato di Prossedi , appena entrato nella comunità di questo nuovo paese si fa bene accettare, sapendo conquistare i sudditi con festeggiamenti dal dì alla notte, ma soprattutto mostrando generosità donando 70 scudi ai poveri e ai ragazzi,inoltre, esentò tutti i sudditi dal pagare il macinato per tutta la durata del marchesato. In occasione della visita del papa Benedetto XIII provvide a realizzare una strada che collegasse Frosinone – Prossedi e a ricordo dell’avvenimento venne creata una fontana con opposta una lapide con scolpita la data della visita pontificia 1728 (la fontana tutt’oggi esistente e stata da poco tempo ristrutturata dal comune di Prossedi).
Livio nel tempo continua a spendere tutto ciò che guadagna, acquistando palazzi, restaurando chiese, e costruendo ville alle porte di Roma, come la bella villa a S.Giovanni fuori le mura, e il restauro del palazzo sede del marchesato a Prossedi. Dopo tanto spendere inizia per la famiglia de Carolis una brutta ascesa, tanto da esser costretto a cedere alcuni terreni nei territori di Ceccano e Patrica. Tanta ricchezza e fortuna accumulata nel tempo tanto da campare l’intero casato per tutta una vita, fino ad arrivare al 1733 quando l’uomo d’affari più chiacchierato e invidiato del tempo, si spense all’età di 53 anni nel palazzo di via del corso, non si sposò mai ma secondo alcuni ebbe,comunque un figlio, Nicola. In vita come anche dopo la morte Livio De Carolis fece parlare di se e delle sue tante fortune tanto che F. Valesio ricorda e riassume in queste due righe il destino del ricco signore Pofano: “Nella notte precedente morì! Il Marchese Livio De Carolis ,con l’aver lasciati debiti e grandi capitali. Egli figlio di Giovanni Battista da Pofi, il quale confessava di esser venuto a Roma a campo di Fiori dietro alli asini a vendere biada; dicesi ritrovasse il tesore della Regina Amalasunta nell’isola bisentina. Il figlio di lui ha fatto spese reali in palazzi etc.. come pure il fratello (Pietro) ora commendatore di S.Spirito”. Nel 1726, la famiglia De Carolis fu costretta a vendere il marchesato di Prossedi, il gran palazzo in Roma alcune chiesette, or ascomparse, come S. Maria dei sette dolori a Pofi e ciò che restava dei terreni . Quel che rimane della discendenza de casato si trasferisce a Napoli e silenziosamente sparisce, non da più notizia di se dal 1750.







Giovan Battista Marino

Di Napoli (1569-1623) dopo una giovinezza scapestrata, dopo aver abbandonato lo studio del diritto per le lettere, riuscì a rendersi celebre per le poesie che venne pubblicando. Fu gentiluomo del cardinale Pietro Aldobrandini a Roma e poi a Torino alla corte di Carlo Emanuele I. Ebbe aspre polemiche con il poeta Mùrtola, polemiche finite a colpi di pistola da parte di questo genovese contro il suo emulo e con la consecutiva condanna a morte del Mùrtola, graziato poi per intercessione del Marino. Dimorò a lungo in Francia, alla corte di Maria de’Medici, ammirato e onorato. Ritornato in Italia venne accolto, specialmente a Napoli, come un trionfatore e fu chiamato “Sole della poesia”. A tal grado di depravazione di gusto era quel secolo.
Scrisse molte liriche e il poema ADONE, dove fra mille artifizi della forma, immagini colorite, luccichii abbaglianti invano si cerca un po’ di contenuto morale.
PROBABILE DATE SULLA PRESENZA DEL MARINO NEL TERRITORIO DEL COMUNE DI POFI
Incredibile la nostra zona, per quella fascinazione unica a livello di sensazioni. E quel magico filo che ci lega al passato, palpabile a Pofi paesino di Ciociaria, un piccolo scrigno di storia, dove ad antiche eruzioni, si alternano sorprese archeologiche, conservate nel locale “Museo Paleo- Etnografico”. Seguendo l’itinerario esistenziale del poeta Marino, soltanto la storia e la fantasia potranno farci intuire la sua presenza nel territorio del Comune di Pofi. In un periodo compreso tra il 1600 e il 1605, quando egli era attivamente ricercato per aver commesso gravi reati a Napoli e, quindi, era in fuga verso Roma per mettersi al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini. A Pofi, sempre a causa della sua precaria situazione di ricercato, quasi sicuramente non potè essere accolto dalla nobile famiglia, Colonna . Allora il poeta probabilmente fu ospitato , come abbiamo sentito parlare di lui quando eravamo ancora ragazzi, in qualche sperduto casolare rurale o, come è più attendibile, in un sicuro asilo di notabili del posto. In un caso o nell’altro, è impossibile stabilire, in mancanza di documenti, la verità storica. Si possono soltanto formulare ipotesi, spesso, in antitesi fra di loro. Seguitando nel nostro ipotetico argomentare, sembra che il poeta, dopo la breve sosta, sia per ringraziare, sia per sdebitarsi della generosa ospitalità ricevuta, abbia qui composto il famosissimo sonetto “POFI”. Storicamente, si può ammettere che ci potrebbe essere stata, in realtà, anche un’altra sosta, questa volta da collocarsi nell’anno 1624, quando prima da Torino, poi da Roma, dappertutto trionfalmente acclamato, il Marino era diretto nella sua Napoli, dopo il lungo soggiorno in Francia. Durante altra breve sosta di tale viaggio trionfale, forse in casa di contadini nei paraggi della via Casilina o in quella, più accogliente, di qualche notabile locale, il grande poeta secentista, fu attratto dalla bellezza del nostro paese, arroccato sul colle e non esitò a definirlo, poeticamente “nido giocondo”, scorgendolo adornato e impreziosito da vigneti, ricchi di “ambre soavi”e “liquidi rubini”, che danno vino particolarmente pregiato. Qui dei e dei ( Cibale, Giove, Saturno) legati ai riti della fertilità, proteggevano questo luogo carico di storia e di miti, ma economicamente prospero pur tra gli incanti della natura.
Ripreso il viaggio, come si evince dalla biografia, il poeta raggiunse Napoli, dove gli fu eretta una statua. Ma vi si spense nell’anno 1625. Critici e studiosi, sono discordi nello stabilire l’anno preciso della sua morte, che viene variamente così indicata: da alcuni di loro, nell’anno 1623, da altri nel 1624, e da altri ancora nel 1625.

(Dal testo "Guida alla interpretazione del sonetto POFI di Giovan Battista Marino" edito da EDMONDO D’AMICI)

POFI
Visto sul colle
Impreziosito
Da “LIQUIDI RUBINI”

Non lungi assai dagli Ernici confini,
s’erge, tra gli altri colli, un colle ameno
e, nei suoi lati ubertosi e fini,
placido scorre il torbido Taleno.

D’ambre soavi e liquidi rubini,
decoro Bacco il prensile terreno,
ch’eguagliando Cretesi e Folanghini,
ne gode il ricco, il comodo e l’egeno.

POFI parlo di te! Dal suol fecondo,
sortisti con stupor d’arte e natura.
Opra tu se’ de’ Numi e non del Mondo!

Cibel ti dié proporzionata altura,
Giove fecondità, nido giocondo.
Saturno fu ch’edificò tue mura!

Versione in prosa

A poca distanza dai confini dei monti Ernici,
s’erge, tra gli altri, un colle incantevole
e, nei suoi versanti fertili e suntuosi,
scorre placidamente il limaccioso Taleno.

Di dolci uve ambrate e grappoli color rosso rubino,
decorò Bacco il terreno che tiene le viti abbarbicate,
il quale(terreno) uguagliando Cretesi e Folanghini,
ne fa godere le classi agiate, medie e disagiate

POFI, parlo di te! Dal suolo fecondo,
sei uscito come in sorte,
tra lo stupore dell’arte e della natura.

Opera tu sei della volontà divina e non di quella degli uomini!
Cibel, madre degli dei e degli uomini, ti dette proporzionata altezza,
Giove, personificazione del cielo e della luce, fecondità, o nido giocondo!
Saturno, fondatore nel Lazio di un regno di pace e di concordia,
edificò tue mura!

(Biografia - Poesia e spiegazione in prosa del G.B Marino a cura del prof. Edmondo D’Amici)




Gaetano Tizzone e Libero Gaetano Tizzone da Pofi

Intorno al 1500, nacquero a Pofi due importanti figure della letteratura italiana, ma in particolar modo due figure fondamentali per l’editoria di testi in lingua volgare, ebbero una certa notorietà nel campo delle umane lettere e vengono tutt’oggi citati in testi di Storia della letteratura italiana per le ricerche universitarie. In primo piano c’è la figura di messer Gaetano Tizzone da Pofi, svolse attività di letterato e di editore a Venezia, negli anni 1520, 1530. Il Giovanardi, nella sua storia di Veroli, cita "Gaetano Tizzone, figlio di Carlo clemente, amico delle umane lettere e delle principali muse, si rese benemerito presso gli uomini del suo tempo, non per lode del volgare, ma nell’edizione di celebri opere di Giovanni Boccaccia, quali: La Fiammetta, la teseide, il filocolo, l’Epistola a Pino dei Rossi, nonché, Le stanze del poliziano", inoltre fu autore di una commedia andata purtroppo perduta. E qualche tempo prima della morte, che lo colse giovane, 1540, stava preparando una grammatica ed un dizionario. Il cugino Libero Gaetano Tizzone da Pofi, continuò l’opera nello stesso campo. Mons. Florenzani scrive nel testo "Rilevamenti storici sulla parrocchia abbazia di s. Pietro Apostolo", che Libero continuò la grammatica del cugino Gaetano, pubblicandola a Napoli nel 1539 mentre purtroppo non si ha più traccia del Dizionario.




Edmondo D'Amici

Nasce a Pofi (FR) nel 1932. Laureato in Pedagogia, è stato direttore didattico di ruolo in Abruzzo e in Ciociaria, inoltre è stato maestro dirigente del “CENTRO DI LETTURA” di Pofi, dove ha coordinato, per tredici anni, la “SACRA RAPPRESENTAZIONE DEL VENERDI SANTO” come autore, attore popolare e regista teatrale.
Ha organizzato convegni di studi e sagre per valorizzare “l’Uva Nera Vulcanica di Pofi”. Attualmente è collaboratore della rivista regionale “LAZIO IERI E OGGI” ; del mensile locale “LA PAROLA DI POFI” e di circoli culturali del nostro territorio.
Da molti anni partecipa agli incontri di poesia dialettale, organizzati dalla pro loco di Ferentino in tutti i Comuni ciociari, per mantenere vive le radici della nostra antica lingua, ricercando vocaboli ed espressioni dialettali scomparse.
Oltre ad essere presente in numerosi testi scolastici e antologie, ha vinto premi in vari concorsi nazionali.
Per tre anni consecutivi è tra i primi classificati nel premio nazionale di poesia “MARIA LEONE” a S.Giorgio a Liri.
Nell’anno 2002 è 1°Classificato con il testo poetico “Vibrano sciolte Campane” ; l’anno successivo si riconferma vincitore al 4° posto con la poesia “Lungo svariare d’Ombre”.
Ancora nell’anno 2004 si classifica al 2°posto con la poesia “A Prode di Luce Sospinta”.
Finalista nel 2003, risulta al 5°posto nella 6° edizione del premio nazionale di poesia “ CITTA’ DI S. ELIA FIUMERAPIDO” con il componimento “ Una Luna così Grande”, pubblicato anche sull’antologia del premio dal titolo :“ POESIA” (edizione 1998-2003). Nel Gennaio 2008 partecipa al 1° Concorso nazionale di poesia “GIORDANA TOFANI” ad Alatri (Fr), classificandosi fra i finalisti al 4° posto, con il testo poetico “Nell’Ombra Luce”.
Fortemente deciso nel voler lasciare ai posteri scritti storici e folkloristici che raccontano la vita, la storia, le tradizioni e le curiosità del suo paese natio, è autore di opere in lingua ed in vernacolo,quali: Favola del tempo, Ucine gliù fuoche, Horus, Il tempo vivo, Puisie pufane, Terra mea, Credenze magiche a Pofi. Per quanto riguarda il turismo, la storia, la saggistica, ha pubblicato i seguenti libri: Guida alle bellezze artistiche ed al museo paleo-etnografico di Pofi, Guida alla interpretazione del sonetto “Pofi” di Giovan Battista Marino.
Qui di seguito riportiamo alcune poesie premiate nei vari concorsi nazionali:

A PRODE DI LUCE SOSPINTA
Quieta scenderò i silenzi
nel mio sonno
di pietra...
... è sarò di queste zolle,
polvere
eppoi cenere.
Sarò leggera
nel vento,
perduta rondine
sul fiume.
Sarò nitida schiuma
A prode di luce sospinta...
...là dove rapida,
l’Anima migra.
Sarò cielo d’alba
senza tramonto!
(dal 6° concorso nazionale “M. Leone” S.Giorgio a Liri-fr-2004)


UNA LUNA COSI' GRANDE
Guardala,
a lungo guardala
stanotte,
la sua luce che preme
l’ombra
sulla terra obliqua.
Attesa
risplende nei chiari cieli,
gravitante
e muta ai silenzi.
Una luna così grande,
vicina,
veglia
questa vagante
opacità.
Ma indulge,
soffusa di bianco,
al nostro dolce sognare!
(dalla 6°edizione del premio di poesia “Città di s.Elia Fiumerapido”-fr-2003)


NELL’OMBRA-LUCE
Finito il tempo
Ti sei dissolta
Nell’Ombra-Luce
Del confine estremo...
In quale cielo vivi,
o evanescente e chiara,
presenza dolce,
non estinta speme?
Dove sei,
ora che terrestre
luce
accende
giacinti e rose?
Il viaggio è ancora tra queste
mura avite.
Ascoltane il richiamo
E torna...
...Porta al cuore più frettoloso,
ventosa novella
che sei lieta in più veri spazi.

(dal concorso nazionale “G. Tofani” di Alatri-fr- 2008)







Benedetto De Santis

Nasce a Pofi, nell’ottobre del 1920, da padre fornaio, Domenico, e madre ciambellaia, Antonia. Benedetto è primo di sette figli, nato e cresciuto in piccoli capanni di legno costruiti dopo il terremoto del 1913; trascorre un’infanzia difficile, a causa della fame e della miseria del tempo; già da tenera età inizia ad aiutare i genitori nel lavoro quotidiano. Guida spirituale e di vita in questo periodo per lui è "l’abbaticchio" del paese, don Silvio Bergonzi; Benedetto, chierichetto del parroco da sempre, lo segue in ogni scelta e suo consiglio. Don Bergonzi lo incoraggia allo studio; rendendosi conto di quanto il ragazzo fosse interessato alla cultura, convince i genitori a farlo iscrivere in collegio. Così all’età di dodici anni frequenta il Collegio Paolino di Roma, per quattro anni; concluso il IV ginnasio, si trasferisce a Veroli per conseguire il diploma per l’insegnamento come maestro elementare, per la durata complessiva di due anni.
Nel 1940 inizia subito a insegnare, purtroppo, l’anno successivo deve abbandonare la scuola perché chiamato alle armi. Siamo durante il periodo della secondo conflitto mondiale: Benedetto nominato sottotenente, è subito inviato in battaglia nella zona dell’ex Jugoslavia, dove nel 1943 è fatto prigioniero dai tedeschi; dopo una lunga prigionia riesce a tornare a Pofi soltanto nel 1945.
Nel 1948, rincomincia ad insegnare, nonostante, in questo periodo, i problemi di analfabetismo siano molto diffusi per il degrado causato dalla guerra; il maestro "Bettino" (così chiamato affettuosamente dai suoi alunni) riesce a coinvolgere gli studenti nell’apprendimento, scrivendo per loro piccole commediole, che li aiutassero ad esprimersi ed esternare tutto il disagio interiore dovuto al turbamento provocato da guerra ormai passata.
Per Benedetto l’insegnamento da quel momento diventa una missione, con l’obiettivo di rieducare una società che presto sarebbe riemersa dalle macerie e dalla devastazione della guerra. Benedetto è nominato segretario del "Patronato scolastico", ente che si occupava dell’assistenza ai bambini poveri. Sempre in ambito scolastico è stato per molti anni "maestro fiduciario", ossia vicedirettore. Ha collaborato per diversi anni con il maestro Roberto Scurpa; a questa collaborazione si deve la nascita del progetto "Centro Lettura", spazio dedicato a chiunque volesse potenziare le proprie capacità e conoscenze culturali; grazie a questo progetto nascono compagnie teatrali stabili, che rappresentano simpatiche scenette in dialetto pofano.
Quanto al teatro, Benedetto ha scritto numerosi copioni per la rappresentazione del Venerdì Santo e del gruppo folk "La Cannata", la preoccupazione del maestro era che tutti avessero una parte, nessuno doveva essere solo una comparsa. E qui emerge la capacità straordinaria del maestro di adattare ogni parte alla personalità dell’attore.
Nel frattempo nella sua vita entro a far parte Olga, maestra anche essa, donna forte e volenterosa, che ha rubato il cuore di Benedetto, tanto da diventare sua moglie e dargli quattro figli: Elvira, Gabriella, Anna e Paolo. Entrambi hanno insegnato con passione per molti anni, tanto che nel 1984 l’allora Presidente della Repubblica Pertini, onora il maestro Benedetto De Santis con la medaglia d’oro, per aver compiuto quarant’anni di buon servizio nelle scuole pubbliche elementari e la maestra Olga Galluzzi con la medaglia d’argento.
Quanto ai meriti civili, il maestro Benedetto è stato giudice conciliatore, nominato dalla Prefettura di Frosinone, per oltre 15 anni; inoltre è stato per un certo periodo presidente e poi membro dell’E.C.A., Ente Comunale di Assistenza.
Oggi collabora con il giornalino locale, diretto dal prof. Nunzio Pantano, del "Circolo Culturale Don Silvio Bergonzi", - LA PAROLA DI POFI - , e partecipa, scrivendo sceneggiature in lingua volgare locale, per le attività teatrali che si tengono nella scuole medie ed elementari di Pofi.

"Sono stato anch’io un cittadino della terra; ho sofferto ed ho goduto; ho amato e sono stato riamato; sono stato un essere vivente un uomo pensante. Forse ho più pensato che agito poiché, anche quando agivo, io pensavo; il pensiero costante incentrato alla ricerca della verità. Ed essendo nato cristiano, mi sono sforzato, ma non so dire con quali risultati, di vivere, appunto, la verità cristiana." (cit. dall’album memoriale privato del maestro BENEDETTO DE SANTIS)





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